Lo zio banchiere sa già tutto, e Lorenzo confessa quel che ha sentito

– Lorenzo, benedetto, hai già finito i soldi, te ne ho dato un mucchio l’altro giorno. Lorenzo allargò gli avambracci con le mani aperte e reclinò la testa di lato, per dire, «Cosa ci vuoi fare» – Tu dovresti venire a stare qui con me, c’hai una bella mania di stare all’albergo, te lo dico io, gli alberghi sono posti pericolosi. Lorenzo assentì con un gesto della testa.
20 AGO 20
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Lorenzo, benedetto, hai già finito i soldi, te ne ho dato un mucchio l’altro giorno. Lorenzo allargò gli avambracci con le mani aperte e reclinò la testa di lato, per dire, «Cosa ci vuoi fare» – Tu dovresti venire a stare qui con me, c’hai una bella mania di stare all’albergo, te lo dico io, gli alberghi sono posti pericolosi. Lorenzo assentì con un gesto della testa. Per non dire «Sì, zio mona». Mona era il soprannome con cui suo padre si riferiva sempre al fratello della moglie. Alvise mona. Quel mona di tuo fratello. Arriva lo zio mona. Forse solo perché Alvise Dolfin usava continuamente la parola come intercalare. Per il resto lo zio mona, con tutta la sua flemma, con la sua cadenza monotona, con la voce chioccia, era tutt’altro che un mona. – Tu spendi tutto per la mona, ne hai trovato una che ce l’ha d’oro, cento sterline in due giorni, ti conviene andare a Norimberga e fartene costruire una, automa, lo chiamano, ne fanno di bellissimi, ne ho visto uno che giocava a scacchi, uguale al vero, bravo anche, vinceva sempre, ho visto anche un’anatra, si muoveva, sculettava, uguale al vero, faceva anche le uova, vere, potresti fartene costruire una, una mona uguale al vero, che fa tutte le cosine, magari brava con la bocca, poi se non sei geloso me la presti, così risparmio anch’io, un bell’automa, bello sano, che non ti attacca lo scolo, benedetto, è tre mesi che sei a Londra e il quarto giorno avevi già preso lo scolo, poi ti curano con il mercurio, non è mica sano, mi sembri il povero Baffo, sempre con la mona in testa, da farci poesie, ti ricordi, «mona che ha gustà el cazzo...»
Lorenzo proseguì – «...no lassa d’esser mona/ forse la xe più bona/ e de più bon saor». Io c’avrò sempre la mona in testa zio, ma tu questa filastrocca me l’hai insegnata che avevo sei anni. – Vedi che impari? e allora, perché vuoi fare come il povero Baffo, sempre impestato, sei andato da missis Phillips? te l’ho dato l’indirizzo, Leicester Field, dice che li ha inventati lei, io non so, ma sono belli, anche da toccare, di pelle di agnello sottile, te ne infili uno sul cazzo e stai sicuro, costano, ma con tutti i soldi che sbatti via, quanto vuoi adesso? – Cento sterline – Cento sterline, benedetto, va bene che i soldi ce li hai, va bene che sono tuoi, ma cento sterline ogni due giorni mi sembrano troppe, non è che sei in un pasticcio? – Ma che pasticcio! – disse Lorenzo che non voleva ammettere di essersi fatto fregare la borsa. – Pasticcio, pasticcio, sembra che tutta Londra si interessi a te. – Cioè? – chiese Lorenzo, allarmato – Cioè, cioera, mi hanno chiesto di te, mona, in due, non sapevano che eri mio nipote, sapevano che ero il tuo banchiere. Ce l’hai detto tu, mona? – John Dewey? – John Dewey, e uno più importante, che cosa hai combinato? – Io niente. Cos’ha combinato qualcun altro, vorrai dire. Hanno ucciso due persone nel mio albergo. – Mi hanno detto una, una cameriera, era dietro a chiavare, bella morte, mi hanno descritto un orologio che c’era sul comodino, a me mi pare di conoscerlo un orologio così, c’è su dipinta una che si solletica la mona con la coda del cane, non era mica il tuo? – Sono state uccise due persone, in due stanze accanto – ribadì Lorenzo, sottolineando le parole, una a una. – L’altra chi era, un’altra serva? – Ma va.
Era un certo Smeathmann, uno che chiamano il Pigliamosche. – Samuel Smeathmann, lo conosco, lo conoscevo, ha tirato la gambetta l’altro ieri notte, per un colpo. – Un colpo un cazzo. Come mai conoscevi Smeathmann, ti sei messo anche tu a fare collezione di insetti? – Ma no, benedetto, lo sai che con il mio mestiere bisogna conoscere, bisogna sapere. Lorenzo aveva sempre sospettato che lo zio mona avesse un’altra attività segreta oltre quella del banchiere. Dai discorsi che aveva sentito in casa da bambino. – E poi Smeathmann era uno conosciuto, quando volevano svuotare le carceri, imbarcare i deportati e chi s’è visto s’è visto, avevano pensato di mandarli in Africa, in un posto che si chiama Sierra Leone, avevano chiesto una relazione a Smeathmann che in quel posto ci andava sempre a caccia di insetti, si può essere più mona?
Smeathmann aveva fatto la sua relazione, sembrava l’inferno quel posto lì, forse era che voleva farsi pagare bene gli insetti, ma parlava di paludi, piogge, terreno fradicio, lui una malattia ce l’aveva davvero, ogni tanto stava male, gli veniva la febbre, per qualche giorno, poi gli passava. – Lo conoscevi bene. – No che non lo conoscevo, ma ci avevo parlato, qualche volta, per via dell’Africa, no? l’Africa mi interessa, interessa a tanta gente di questi tempi, ma te cosa c’entri? – Non c’entro niente. Stavo con la ragazza in una stanza non mia quando hanno tentato di aprire la porta e sono scappato dalla finestra. – Fai l’acrobata, adesso? – Era al piano terreno. – E poi? – Poi niente. Ne hanno uccisi due. Prima il Pigliamosche e poi Mary. Se restavo lì... – Perché? – Ma... forse perché avevamo sentito. – Sentito cosa? Per la prima volta in vita sua Lorenzo si sentiva a disagio con lo zio mona. Lo sentiva teso. Aveva dimenticato persino di dire mona. – Quello che succedeva nell’altra stanza. Ecco l’interrogatorio che aveva evitato con Dewey. A Lorenzo venne in mente una frase che aveva sentito spesso da bambino. Da suo padre «Quando si tratta di soldi e di donne, nell’ordine, Alvise non guarda in faccia nessuno».
Alvise lo fissava. – Poi i deportati li hanno mandati in Sierra Leone? – No, li hanno mandati in tanta malora, in un posto chiamato Botany Bay, un posto agli Antipodi, che ci vuole forse un anno per arrivarci, perché hai cambiato discorso? cos’è? non ti fidi? La domanda lasciò Lorenzo senza parole. – Senti, Lorenzo, ti conviene fidarti... – Ma zio... – Lo interruppe Lorenzo imbarazzato – Lasciami dire, o parti oggi dall’Inghilterra, oggi pomeriggio o ti fidi di me, sei in mezzo a una brutta storia, quella è gente dura, ricordati dell’orologio, cos’hai sentito? cos’hai capito? con quel mona di inglese che parli, poi eri dietro a scopare, anche. – Tu capisci bene quello che senti, no? con quel mona di italiano che parli – Lorenzo si accorse che aveva cominciato a parlare con l’inflessione dello zio. – C’era uno che voleva qualcosa. L’altro diceva che non l’aveva, che l’aveva dato a un altro che lo aveva lasciato alla Società reale. – Cosa era? – Qualcosa per cui qualcuno aveva già pagato. – E poi? – Poi Mary ha gridato. E’ venuta. Di là uno ha gridato aiuto. Ecco. – E i soldi dove li hai messi, mona? – I soldi me li hanno fregati, cazzo. – Chi? – Mi sembra impossibile. Ma l’unico che mi è venuto vicino è una specie di pastore, un seguace di Swedenberg. – Swedenborg – Anche tu? Un seguace di Swedenborg. Un tipo strano, con delle mossettine. Tra l’altro odiava Smeathmann perché gli aveva venduto un insetto già conosciuto. Non so. E’possibile che sia stato lui. – A rubarti i soldi o uccidere Smeathmann. – Non so. Tra l’altro mi ha chiesto a bruciapelo se c’ero io nella stanza di Mary. – E’uno che si veste di grigio? – No. Non credo. Di solito è vestito di nero. Perché? – Perché se guardi dalla finestra vedi che c’è giù uno vestito di grigio che è arrivato quando sei arrivato tu e scommetto che va via quando vai via tu. (5. continua)